(di Silvia Olivari)
Lavoro in un parco.
Non è vero: lavoro sul Monte di Portofino. Perché i parchi naturali
sono diversi, ovunque, in Italia o nel Mondo.
Operaio forestale.
Per caso, per gioco, per scelta: non so. Ma di certo per avere ogni giorno,
vicina, la vita che avverto nei sassi, tra l'erba, nei richiami dell'aria.
I primi tempi d'impiego sono stati sereni come i cieli dell'infanzia. Scoprire
le ore tra le foglie del bosco, negli specchi di luce del mare. Impregnare la
pelle e il respiro di profumi pungenti, di polvere e sale; ora il vero perché
di pulire sentieri, inchiodare tabelle, radunare immondizie.
In quegli anni mi hanno lasciata bambina, in un mondo che, per la sua verità,
non voleva fingessi nel viso, intorbidissi lo sguardo di donna. Non sapevo che
abituare le dita alla pelle dei tronchi, amare con gli occhi le ali del falco,
leggermi in cuore ogni nome di pianta mi avrebbe segnato la vita. Che ignorare
le pietre e le spine per avvertire dei piedi le impressioni dei passi o sapere
di bere dove scorre una fonte e si forma tra i sassi la pioggia era andare al
di là delle cose, dalla parte dell'uomo, che abbiamo perduto.
Ora
amo a tal punto l'attesa di ali al mattino, decifrare il messaggio di un picchio,
la sorpresa di foglie che lasciano e tornano ai rami, che saperne in gioco la
vita e il dolore di perdere i sogni e vedermi più sola, domani, è
il vuoto di un amore finito.
Forse andrò via.
Quando non potrò più sentire gli spari di ogni mattino e di ogni
tramonto. Forse come la guerra. Contro ali stancate dal volo in cerca di sosta
e di cibo. Ma lo chiamano gioco.
Quando avverte il fruscio di uno stormo di uccelli e mi fermo a contare chi
siano, so che ognuno di loro ha un fucile, al di là del crinale o nel
mezzo del bosco, lontano, soltanto qualche battito d'ali. Una notte di sosta.
E mi passa la gioia, come a loro, la vita. Lavoro in un parco.
Con sette ragazzi che sanno di alberi, di campi, di battute di caccia; puliti
come l'aria dei monti, delle loro case: facili come le mani e voci cresciute
a cavare la terra, a abbattere tronchi. Per loro, oltre il bosco, c'è
il bosco; non le grandi città della gente e l'eco di un grido ha lo spazio
di valli, non si mescola alla corsa dei treni, al passaggio di strade, che non
daranno rifugio a chi fugge la voce dell'uomo.
Se guardo con i loro occhi, ogni albero è frutto, legno, tannino, ed
i miei, se ne tagliano uno, hanno perso qualcosa nel bosco.
E' gente migliore di me. Vorrei tanto sapessero qual è il senso di un
parco, perché ne volessero ed avessero uno. Insieme siamo peggio di animali
introdotti per caso, perché il nostro lavoro è al servizio dell'uomo,
è contro l'ambiente. Ogni giorno porto via spazzatura dalle tane di volpi
dove sosta la gente, dai contenitori aperti al respiro del vento e dell'immondizia
su qualche picco assolato, in freschi ripari di bosco, ben lontani da strade
e da case.
Messi lì ad evitare fatiche e pensieri a chi voglia in natura i servizi
di casa; a ridurre l'ambiente come fosse un quartiere; ad arricchire la dieta
dei selvatici amici; ho una buona esperienza di "tane".
Quando vado in natura e non vedo animali, so comunque qualcosa di loro, osservandole
e mi sembra talvolta di vederli mangiare. In nessun altro luogo protetto le
ho viste brillare di stagnola, lucidarsi di plastica, punteggiarsi di candida
carta, e vedo le volpi rovistare nei contenitori dell'immondizia, dove un boccone
di troppo, un taglio sul muso, può costare la salute e la vita.
E lavoro in un parco.
Tavolini e panchine.
Robusti e di serie come i vagoni di un tempo che non sanno più di legna,
che tolgono la parola ai sassi squadrati, a una vecchia ceppata. Per non chiedere
nulla ci siamo portate da casa i sedili. Così passa e si ferma la gente.
A gruppi sempre più numerosi. Non più quella di un tempo, solitaria
e silenziosa, ora è fatta di neon, traffico e fumo, di spifferi d'aria;
che se solo, potesse, si porterebbe via anche il sole, barattandolo forse, con
i propri rifiuti, invogliati a chiamare altra gente da sentirsi spazzati come
i pavimenti, segnalati da ingegno, discreto, come le prime visioni, dalle aree
di sosta attrezzate sempre pronte ogni dove a soccorrere stanchi sederi.
Ho
visto svuotarsi dei nidi, per il troppo disturbo e nessuno ha mai chiesto si
spegnesse una radio, di smorzare la voce.
E' vietato raccogliere i fiori ed i frutti silvestri. Ma nessuno lo spiega,
ma perché, a ragazzi di gite di scuola.
Ogni anno mi vedo sparire, per i tagli dell'ENEL, intere strisce di bosco, insultare
il silenzio con le motoseghe. D'autunno è permesso uccidere il suolo
alla luce, rivoltare la terra, scoprire radici. Per raccogliere i funghi. Per
lasciare il bosco ferito come sotto ai cinghiali.
I cani devono essere condotti al guinzaglio. Il padrone più accorto richiama
il fedele quando incontra qualcuno; altrimenti è un rincorrere frenetico
odori, un raspare esaltato all'interno di tane.
E lavoro in un parco.
Mai nessuno che ti guidi nei gesti al rispetto della natura, ricomponga per
te le parole di un linguaggio perduto.
E lavoro in un parco.
Dove un tempo crescevano i lecci ora piantano i pini.
E lavoro in un parco. "Che succede, che brucia". Del fuoco si parla,
si scrive e, magari, si ringrazia che sia.
Per poter allargare le strade, portar via acque sorgive a piante ormai quasi
scomparse, per la sete di orti e giardini.
E lavoro in un parco. E ci ho anche studiato.
Con intralci, minacce, divieti. Di privati, di ENTI e di "guardiaparco".
Perché sapere mette tanta paura.
Tutto intorno c'è il mare imprevisto, come i suoi cambiamenti di umore.
Certo, quanto l'inizio del mondo.
Non goduto né usato. Sprecato. Da chi ormai è lontano più
ancora dei suoi orizzonti e ne infrange lo specchio con motori impazziti che
accecano gli occhi ed i cervelli.
E' mattina d'autunno. Da sentire sulla pelle e nel fiato.
Anche oggi avrò i rami infiammati dal freddo a scomporre le ombre e la
luce; il silenzio di passi furtivi, di incerto cadere di foglie, di tonfi di
ricci e, forse, berrò il sole al tramonto, sorprendendo il sorriso al
richiamo, scandito, di allocchi.
Lascerò qualche filo di maglia alle spine delle ginestre e la "lisca"
segnerà le mie gambe di righe sottili, stancherò gli occhi ed
il respiro tra le rughe di qualche crinale.
Ma non potrò evitarmi il dolore. Degli spari che lacerano l'aria e le
ali, frantumando il silenzio delle piante, che cadono a terra per lasciare lo
spazio ad un filo, delle tane distrutte per il gioco di un cane.
Non potrò evitarmi la rabbia che, per stupidità, l'uomo insulti
la vita.
Si è spezzato l'incanto. Come i fili di luce dei ragni al mattino.
Il lavoro di sempre rabbuia i pensieri, copre i cieli di quando ero bambina.
| Home Sportello | Chi siamo | Cerca | Cartina | Novità | E-Mail | Home C.A.I. |